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la celidonia di Gildo Giannotti
di Gildo Giannotti

09/06/2017 - pag25

  Nel Medioevo era chiamata coeli donum, “dono del cielo”. Ma secondo alcuni il nome della celidonia (Chelidonium majus) deriverebbe dal termine greco chelidón, cioè “rondine”, poiché fiorisce in corrispondenza dell’arrivo delle rondini. Vi è chi asserisce che il collegamento con le rondini sia dovuto al comportamento di questi uccelli, che, secondo una leggenda popolare, ne strofinerebbero i rametti sugli occhi non ancora aperti dei rondinini appena nati.

La celidonia è una pianta erbacea perenne che cresce spontaneamente nei luoghi abbandonati, nei dintorni delle abitazioni, lungo le strade e le siepi, o negli immondezzai. Diffusa anche nei giardini e nelle aiuole, viene ritenuta erba infestante, visto che ricresce ogni anno. Si tratta dell’unica specie appartenente al genere Chelidonium della famiglia della Papaveracee. Il suo fusto, ramificato, può raggiungere un’altezza variabile, da 70 centimetri a 2 metri; è fragile e coperto di setole sparse. Le foglie sono lobate, color verde-bluastro, più chiare nella pagina inferiore. I fiori hanno il calice composto da due sepali caduchi e la corolla con quattro petali gialli. Tutti gli organi della pianta sono percorsi da una rete di canali laticiferi nei quali scorre un succo arancione aspro e caustico, che fuoriesce alla minima incisione. E proprio questo latice, che, quando è esposto all’aria si ossida rapidamente e scurisce, è uno dei tratti inconfondibili della pianta, che è evitata dalle bestie da pascolo per il sapore acre e disgustoso. Per il colore delle foglie era invece usata, in particolare nel XVIII secolo, come pianta decorativa nelle aiuole.

La diffusione della celidonia è la prova che in passato era coltivata per le sue virtù. È grazie ai principi attivi contenuti, prevalentemente alcaloidi, che da tempo immemorabile la pianta viene utilizzata nella fisioterapia popolare per uso esterno contro le verruche, i porri e i calli. Viene infatti definita anche “erba dei porri” perché quel liquido arancione - sopra ricordato - può eliminare le verruche con la stessa efficacia dell’azoto liquido, adoperato oggi dai dermatologi. Spesso compare nelle ricette come componente di miscele per pediluvi e lavaggi delle mani; nella cultura gitana è infatti usata nei pediluvi per dare sollievo alle gambe. Alcuni sostengono che il massimo potere terapeutico della pianta sia prodotto dalla foglia, il cui estratto, in preparazioni farmaceutiche, farebbe scomparire il latte nelle puerpere. Data la tossicità dei suoi principi attivi, se ne sconsiglia invece l’utilizzo interno. L’uso che se ne faceva in passato, come coleretico ed antispastico delle vie biliari, oggi è stato abbandonato per assenza di dati circa la sicurezza. Un recente studio condotto nel 2016 su animali ha dimostrato che gli estratti di celidonia sono in grado di esercitare un’azione antidolorifica e antinfiammatoria, ma l’esatto meccanismo con cui ciò avviene non è stato ancora chiarito. Altri studi hanno messo in luce le potenziali attività della celidonia ma, prima di poter approvare eventuali applicazioni mediche, è necessario effettuare ulteriori e più approfonditi studi.

giannotti.gildo@gmail.com

 

 


da Spazio Aperto

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La Fonte Press

Pubblicato nel quaderno:
n° 140 - giugno 2017
pagina n. 25
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Rubrica: Le nostre erbe




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