La notizia del giorno

la buona scuola di Filomena Giannotti
di Filomena Giannotti

10/06/2017 - cop7

Era il 26 giugno 1967 quando, assistito dai suoi allievi, moriva nella sua casa di Firenze don Lorenzo Milani. L’anno prima, ricoverato presso l’ospedale di Careggi, aveva imposto il “blocco continentale”, ovvero il divieto di fargli visita, a chi vantasse un titolo di studio superiore alla terza media. Il suo capolavoro, Lettera a una professoressa, apparve in libreria circa un mese prima della sua morte, e il priore di Barbiana, pensando alla promozione del libro, ebbe appena la forza di sussurrare ad una sua amica “Fate baccano”.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, un altro straordinario educatore sempre al servizio degli ultimi, Eraldo Affinati - che insegna alla Città dei Ragazzi a Roma e che ha fondato insieme alla moglie la scuola di italiano per stranieri Penny Wirton -, ne ha rievocato la figura in L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani. Pubblicato da Mondadori nel febbraio 2016, il libro è stato candidato al premio Strega, piazzandosi al secondo posto.

Evitando la facile scorciatoia di un romanzo, questa singolare biografia del priore di Barbiana si articola in dieci capitoli, in cui Affinati, usando la seconda persona, dialoga con se stesso. Nel frattempo, come suggerisce il sottotitolo Sulle strade di don Lorenzo Milani, ripercorre fisicamente i luoghi più significativi della vicenda esistenziale del protagonista. Firenze, dove nacque, frequentò il seminario e morì; Milano, sede dell’Accademia di Brera, in cui sognò di diventare un pittore; San Donato di Calenzano, dove, viceparroco, fondò la prima scuola popolare; e, soprattutto, Barbiana, una sperduta frazione di montagna nel Mugello, sull’Appennino toscano. In questa sorta di “penitenziario ecclesiastico”, dove era stato inviato nel 1954 a seguito di alcuni screzi con la curia fiorentina, don Milani cercò di curare la piaga dell’analfabetismo, sperimentando la prima scuola a tempo pieno, in cui si lavorava 365 giorni all'anno, tutti insieme, e in cui la regola principale era che chi sapeva di più doveva aiutare e sostenere chi sapeva di meno. A rendere più avvincente e attuale questa ricostruzione della vita dell’uomo del futuro, è poi l’idea di incrociare le sue strade con quelle di altri educatori di altre Barbiane del mondo. Forse prendendo spunto da una riflessione di padre Ernesto Balducci: “Barbiana non è più in Mugello: Barbiana è in Africa, è nel Medio Oriente, Barbiana è una comunità musulmana, Barbiana è nell’America latina”. Ed ecco che, nei vari capitoli che ne intervallano la biografia, don Milani sembra incarnarsi di volta in volta nel maestro di un villaggio del Gambia, nell’educatrice di un naziskin della ex Berlino Est, in un imam cieco del Marocco, nelle suore del Benares che assistono amorevolmente i bambini cerebrolesi, nel giovane prete Ramiro impegnato nel recupero dei niños de rua a Città del Messico, e in altri in cui Affinati si è personalmente imbattuto nei suoi numerosi viaggi intorno al mondo.

Tutti, a loro modo, sembrano aver fatto proprio il messaggio di Lettera a una professoressa. Il testamento di don Milani che Affinati definisce “un richiamo per gli insegnanti i quali […] vorrebbero ancora oggi potersi scegliere gli studenti migliori, che non danno problemi, quasi fossero medici tesi a curare i sani, invece dei malati, o ingegneri capaci di progettare soltanto su terreni sicuri”. Ma anche un richiamo “contro l’ossessione della campanella. L’incubo dei programmi. La psicosi dei voti”. Per chiedersi, infine: “Esisterà una scuola così? Forse no, ma almeno lasciatela immaginare”.

 Filomena Giannotti

filomenagiannotti@gmail.com

 


da Spazio Aperto

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La Fonte Press

Pubblicato nel quaderno:
n° 140 - giugno 2017
pagina n. 27
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Rubrica: Frammenti di saggezza




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